L’incidente di Bolzano: sulle ciclabili si può morire per molto meno. Soprattutto se sono finte

In questa domenica, tra i motivi per cui l’Italia s’indigna, c’è l’incidente di Bolzano: un motociclista, per evitare il traffico, è andato su una pista ciclabile, riducendo in fin di vita un bambino. Anche in questo caso, assieme all’indignazione, è automatico che venga il solito pensiero: "A me non può capitare, perché io queste cose non le faccio". Ma sulle piste ciclabili italiane c’è tanta anarchia che si può fare un brutto incidente anche se non ci sono moto-pirata nei paraggi.

In un Paese costruito a misura di carretto e invaso da auto e camion, notoriamente non c’è troppo spazio per i marciapiedi e/o sui marciapiedi (quando ci sono). Capita così che le piste ciclabili siano usate non solo dai ciclisti, ma anche da bambini, mamme col passeggino, coppie a passeggio eccetera. Tra i ciclisti, poi, abbondano i bambini, che ovviamente vanno un po’ come vogliono. Risultato di questo caos: anche se si è in una pista riservata ideata per proteggere i ciclisti, è facile cadere. Di qui a sbattere la testa per terra, il passo può essere breve. Soprattutto in un Paese dove che usa il casco anche per un banale spostamento in bici è guardato come un marziano (esperienza personale), essendo evidente che per l’immaginario popolare il casco è opportuno solo per i quasi-professionisti che il sabato pomeriggio si fiondano a quaranta all’ora sulle strade extraurbane. Per capire meglio, se potete fatevi una passeggiata appena fuori dall’Italia, sulla bellissima Promenade des Anglais (il lungomare di Nizza): qui c’è un marciapiedi talmente largo da essere diviso in due da una striscia per separare pedoni e ciclisti. Il problema è che noi italiani nemmeno capiamo a che cosa serva questa striscia, per noi – cultori del bello – è semplice arredo urbano.

In compenso, dieci anni fa un ministro ecologista dell’Ambiente (Edo Ronchi) arrivò a modificare il Codice della strada per incentivare la costruzione di piste ciclabili. Ai Comuni non parve vero poter avere qualche finanziamento e si misero a ricavare piste anche in spazi improbabili. Tralasciando i casi in cui furono create piste fittizie perché quello era l’unico modo di avere soldi per sistemare aree piene di erbacce, quello che ci interessa per la sicurezza è che talvolta non ci si curò nemmeno del fatto che negli anfratti adibiti a piste c’erano pali della luce, scalini e quant’altro. Tutte cose che a un ciclista possono far male anche più di un’auto che lo investe…

  • Paolo |

    Buongiorno.
    Porto un esempio di pista ciclabile mal progettata che ho visto con i miei occhi, in un comune dell’Emilia alle porte di Bologna. La pista, attualmente in costruzione, va dal centro del paese ad un gruppo di case nella campagna, a poco più di un chilometro di distanza. Comincia sul lato sinistro della strada, ma ad un certo punto la attraversa e prosegue sul lato destro. L’attraversamento è in mezzo ad un rettilineo dove la velocità dei veicoli non è certo bassa. Cosa accadrà quando gruppi di ciclisti attraverseranno la strada, magari senza fare attenzione perché tanto sono su una pista ciclabile? Saranno costretti a mettere semafori, rallentatori e chissà cos’altro (tutte cose che costano), ma non sarebbe stato più semplice evitare l’attraversamento?
    Un saluto.
    [risponde Maurizio Caprino] Magari! Temo sia probabile che non ci fosse abbastanza spazio (siamo un Paese costruito a misura di carretto) e quindi si siano arrangiati facendo passare la pista dove si poteva.

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