In Europa basta che l’auto rispetti i requisiti minimi. Negli Usa dev’essere all’altezza della concorrenza, altrimenti il costruttore deve pagare i clienti

La Fiat porterà la 500 negli Usa, ma non sarà la Cinquecento come la conosciamo noi. Certo, la linea esterna sarà più o meno quella. Ma sotto la pelle cambierà molto. "Quattroruote" di maggio c'informa che ciò è dovuto sia alle diverse norme di omologazione (oltre a questioni di dettaglio, c'è quella più sostanziale che negli Usa i crash-test si fanno anche in tamponamento) sia al fatto che il pianale è comunque da aggiornare (è lo stesso della Panda, quindi progettato quasi dieci anni fa e avrebbe poco senso riproporlo solo con piccole modifiche ora che comunque in America c'è da ristrutturare la fabbrica che lo produrrà: tanto vale farne uno nuovo e poi vedere di portarlo anche in Europa). Ma a me risulta di più: gli uomini Chrysler hanno raccontato a quelli di Torino che il mercato Usa richiede ben di più rispetto all'Europa e che chi non ne tiene conto va incontro a richieste di risarcimento milionarie. Ora ve lo spiego meglio, perché si coglierà la differenza abissale tra Usa ed Europa.


Da noi, per progettare un'auto, si guarda in buona parte ai requisiti minimi per ottenere l'omologazione. Questo spiega, per esempio, perché certi specchietti sono così piccoli, perché certi lunotti rendono impossibili le manovre e perché certi modelli dondolano in modo inaccettabile: gli standard minimi di legge su visibilità e comportamento su strada sono blandi. Ci si impegna di più sui crash-test, perché in Europa l'Euroncap è riuscita a imporre mediaticamente i suoi parametri rispetto ai minimi legali.

Negli Usa è come se ci fosse un'Euroncap per tutto. E le legge dà sempre ragione al cliente, nel senso che gli riconosce il diritto di aspettarsi da un'auto le stesse caratteristiche della medie delle concorrenti, che è più alta rispetto al minimo legale. Altrimenti si può fare causa.

Certo, anche nella legislazione europea negli ultimi anni è entrato un concetto del genere. Ma è ancora vago e desueto. Così i concessionari impostano ancora sui minimi legali le loro difese rispetto ai clienti che fanno loro causa. Mi è rimasto impresso il caso di un disabile che lamentava la non conformità del sedile speciale che aveva acquistato con la sua auto da una concessionaria romana, la quale si opponeva dicendo che tanto quel sedile era a norma Ue (e grazie! se non lo fosse stato, non si sarebbe nemmeno potuto vendere), senza considerare il problema tra l'interazione di quel sedile con quell'auto. Fortunatamente l'Adiconsum – cui il disabile si è rivolto – ha tenuto duro in sede processuale e l'esito è stato positivo.

  • MARCO |

    Caro Caprino, francamente non so se sarà più arduo per Marchionne sanare i conti della Chrysler o spronvincializzare la Fiat per renderla più internazionale e poterla integrare con la casa americana rendendola un’unica realtà e godere economie di scala. Pur riconoscendo alla Fiat di oggi grandi progressi, la sua storia è costellata da furbate e da compromessi politici, burocratici, che hanno spesso compromesso il prodotto rendondolo improponibile sui mercati internazionali. Non è un segreto che per questi motivi con l’Alfa Romeo fu costretta anni orsono sono ad abbondare il mercato USA, lo stesso che oggi si vuole conquistare. Marchionne ha finora svolto, sia pur con qualche riserva, un buon lavoro. Sarà in grado di completarlo a livello di prodotto rendendolo idoneo alle regole internazionali? Ai posteri giudicare.

  • No name |

    Giusto per informazione e per dare una misura del diverso comportamento giuridico USA. Un recente articolo del Financial Times Deutschland racconta come un folto pattuglione di industrie tedesche stia delocalizzando in Canada stabilimenti e sedi Nordamericane.
    Il motivo è una diretta conseguenza proprio del cosiddetto “effetto Toyota”, ovvero del principio per cui l’azienda che sbaglia è soggetta a risarcimenti “no limits” considerati anche dalle compagnie di assicurazione oltre i limiti del ragionevole. E alcune disavventure di noti marchi tedeschi, con risarcimenti miliardari, hanno convinto i piani alti dell’industria tedesca che è meglio spostare gli headquarter in Canada, dove vige un quadro normativo che, pur tutelando seriamente il consumatore, evita eccessi risarcitori.
    Stupisce che Marchionne, italo-canadese, non attui la stessa strategia. Sempre che Obama non gli abbia dato garanzie diverse…
    [risponde Maurizio Caprino] Obama potrebbe anche avergliene chieste, di garanzie…

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