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L’agente ha sempre ragione. Parola della Cassazione

Chissà se servirà davvero a spingere gli agenti a fare più multe su infrazioni "rognose" come quelle su cinture e telefonini. Sta di fatto che la sentenza depositata l'altro giorno dalla Cassazione (Scarica Querela di falso, tratta da Cassazione.net) fa venire meno uno dei motivi per i quali non di rado i tutori dell'ordine si "girano dall'altra parte": l'alto rischio che il trasgressore presenti ricorso e vinca perché il giudice stabilisce che l'agente non ha visto bene. Questa sentenza ristabilisce il principio secondo cui chi davvero vuole far valere questa tesi deve prendersi la briga di procedere con la querela di falso e non con un semplice ricorso e quindi i i tempi si allungano e il risultato diviene ben più incerto, se non addirittura dannoso se le argomentazioni usate nel ricorso vengono giudicate talmente inconsistenti da rendere palesemente pretestuosa la querela.

Questa sentenza è importante, perché viene dalle Sezioni unite civili della Cassazione, cui la questione è stata rimessa perché in passato sulla questione le varie sezioni della Corte avevano dato interpretazioni differenti. Anzi, le Sezioni unite hanno ammesso (sia pure col solito linguaggio giuridichese) che si era proprio scantonato, perché sostanzialmente erano stati ammessi ricorsi senza querela di falso un po' in tutti i casi in cui la percezione dell'agente poteva apparire dubbia. Con questo le Sezioni unite non rinnegano il principio stabilito a suo tempo, secondo cui la querela di falso non è necessaria in caso di percezione potenzialmente sbagliata, ma ne hanno ridimensionato l'applicabilità: sintetizzando al massimo, si era arrivati al punto che si era riconosciuta la possibilità di errore anche per il semplice fatto che il veicolo del trasgressore fosse in movimento, mentre adesso le Sezioni unite stabiliscono che l'errore deve risultare da "irrisolvibile oggettiva contraddittorietà" (come nel caso di non corrispondenza tra numero di targa e veicolo).