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Governi divisi, infrazioni all’estero impunite

Correva l’anno 1999, eravamo a Verona. A convegno c’erano giuristi degli Automobil club italiano e tedesco (Aci e Adac), tutti a spiegare quanto fosse difficile punire realmente chi compie un’infrazione fuori dal proprio Paese, se non si riesce a coglierlo sul fatto. E a spiegare che – quando invece lo si ferma subito – in alcuni Paesi tra cui l’Italia la punizione è troppo severa, perché gli si impone di pagare o di lasciare il proprio veicolo subito, senza nemmeno dargli il tempo di difendersi, per paura che poi se ne torni a casa senza aver saldato il debito (in termini di multa e di sospensione della patente). La questione è tornata d’attualità all’inizio di quest’anno, quando si è scoperto che la Porsche Cayenne che causò lo scontro mortale fra un tram e un bus davanti al Palazzo di giustizia di Milano era stato beccato centinaia di volte dalle telecamere milanesi e non aveva mai pagato. Insomma, per gli stranieri la deterrenza è ancora bassa. Con l’aggravante che, con l’Europa allargata a 27 e la sempre maggior mobilità, queste situazioni non possono che essere aumentate.

Domani a Bruxelles ci sarà un nuovo incontro dei ministri dei Trasporti Ue e si parlerà ancora di questo. Ma siamo ancora in alto mare, temo.

Come ha appena denunciato l’Etsc, si sta cercando di portare questa tormentata direttiva sulle "infrazioni transfrontaliere" sotto il "terzo pilastro" delle strategie e delle politiche Ue, cioè quello di polizia e della cooperazione giudiziaria tra gli Stati membri. Un pilastro che, secondo il complesso diritto comunitario, per approvare una direttiva rende necessario l’accordo tra gli Stati membri, in questo caso ancora molto lontano. L’Etsc chiede invece che la questione venga messa sotto il "primo pilastro", quello della libertà di movimento delle persone all’interno della Ue, che è considerato tanto "sacro" da richiedere solo l’accordo tra le istituzioni comunitarie. Tra queste, il Parlamento europeo, cui l’Etsc riconosce una forte volontà politica di approvare la direttiva.

Ma che cos’avrà mai di così importante questa direttiva? Se passerà così com’è sempre stata immaginata, introdurrà due princìpi che cambieranno tutto:

– l’incasso dell’importo della sanzione che sarà destinato allo Stato di residenza del trasgressore, in modo da creare un forte incentivo a provvedere all’esazione;

– l’applicabilità delle sanzioni accessorie (in particolare, della sospensione della patente) anche quando il trasgressore è tornato a casa, perché le autorità del suo Paese dovranno provvedere loro al ritiro del documento.

Ovviamente per applicare tutto questo ci sono difficoltà tecnico-giuridiche non da poco. E le sanzioni connesse alla patente a punti sono comunque inapplicabili, perché non tutti gli Stati ce l’hanno e anche quelli che ce l’hanno prevedono in realtà punteggi diversi (sia come entità della dote complessiva sia come entità delle singole decurtazioni connesse a ciascun tipo di infrazione). Ma, soprattutto ora con l’Europa a 27, il sospetto è che i Paesi dell’Est facciano melina perché oggi come oggi molti loro autisti di mezzi pesanti la fanno franca anche quando vengono fermati subito: la mancanza di banche dati internazionali sulle infrazioni consente loro di denunciare lo smarrimento della patente (quando in realtà è sospesa), ottenendo subito un duplicato nel loro Paese.