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Sbatti la bufala in prima pagina

Adesso ve lo dico chiaro: ormai il mondo dell’informazione considera solo chi riempie spazi nel modo più rapido ed economico. E pazienza se ciò che va a riempimento è inesatto e rischia di disorientare il semplice cittadino che deve risolvere un problema o l’opinione pubblica che deve farsi un’idea su una questione. La storia che pubblico oggi sul Sole-24 Ore del Lunedì è sintomatica di una tendenza che vedo affiorare sempre più di frequente nel lavoro quotidiano. Tanto che sono seriamente tentato di inserire una nuova sezione in questo blog, quella da intitolare “Bufale”. Eppure i dibattiti sul giornalismo che continuo a sentire di più riguardano solo la libertà di stampa e le ingerenze della politica. Magari fossero solo questi i problemi!

Dunque, oggi do qualche puntualizzazione sulla notizia – apparsa giovedì scorso – secondo cui chi è stato multato da un rilevatore automatico di passaggio col rosso potrebbe essere rimborsato. I particolari potete leggerli sul giornale. Quello che qui interessa è che nessun rimborso potrà mai essere automatico e che probabimente – ammesso che alla fine il ministero dell’Interno ritenga illegali i rilevatori per come funzionano oggi – solo chi non ha mai pagato la multa e ha presentato ricorso (o è ancora in tempo per farlo) otterrà ragione.
Eppure giovedì sui media era tutto un coro di pareri favorevoli ai cittadini. Che poi sperimenteranno sulla propria pelle che non è vero e magari protesteranno contro i giornalisti che li hanno fuorviati. Ma sarà improbabile che se ne dia notizia…
Allora vi spiego in poche righe come funziona. Perché in 15 anni dimestiere credo di averlo capito e perché quello che vi ho appena descritto non mi sembra un caso isolato: in un mondo sempre più complesso da spiegare, i mezzi d’informazione non rispondono dando una qualificazione sempre migliore ai propri giornalisti. Anzi, ne diminuiscono il numero e chi resta al lavoro è troppo impegnato a produrre pagine e notiziari per farsi una specializzazione o – più semplicemente – approfondire una notizia o chiedersi se l’ha interpretata bene. Non solo: invece di cercare di cambiare le cose, molti giornalisti si adeguano. Forse hanno anche ragione: se i lettori apprezzassero i giornali affidabili, comprerebbero solo quelli (spingendo tutti a esserlo), ma non è così perché si legge ciò che costa meno o ha la grafica più gradevole o, al limite, dà voce all’ideologia nella quale si crede. Dunque, meglio adeguarsi alla mediocrità e poco importa se ci sono anche lettori che apprezzerebbero prodotti migliori e si sono allontanati (causando almeno una parte dei cali di vendite di cui ci si lamenta e che si tamponano sempre più con la pubblicità, della quale si diventa prima o poi dipendenti, anche in termini di influenza degli inserzionisti sui contenuti giornalistici) da quelli attuali perché ne hanno potuto toccare con mano l’inaffidabilità.
Così il giornalista prova ad approfondire sembra talvolta non un professionista serio ma un perditempo, un giornalista meno bravo rispetto ai colleghi che – di fronte a un articolo da scrivere – non dicono mai: “No, grazie, fatelo fare a uno più esperto: ho paura di scrivere castronerie”. Così nelle redazioni mi sembra sia sempre più diffuso il concetto “Facciamo, facciamo, tanto siamo in grado di farlo comunque, anche se nel nostro intimo sappiamo di non capirci un tubo, ma l’importante è non darlo a vedere”. C’è chi lo fa solo in nome della compatibilità economica e chi ne fa solo una questione di apparire come colui che tutto sa e tutto capisce (molti pensano che ci voglia sempre una buona dose di narcisismo per decidere di diventare giornalista, anche se non so quanto possa durare ancora: è troppo tempo che, quando mi presento a qualcuno e gli dico che faccio questo mestiere, non sento di suscitare la stima dell’interlocutore).
Beninteso: sbaglio molto anch’io e lo faccio anche nelle materie in cui sono specializzato. Anche ora che non ho più l’alibi dell’inesperienza. Avrei anche una giustificazione per il fatto di essere costretto a impegnarmi anche su altro, ma questo al lettore non deve interessare (ha sempre il diritto al meglio). Forse più accettabile è la spiegazione secondo cui le varie materie diventano sempre più complesse e richiedono continui studi anche a chi ne mastica già. In ogni caso, anche quando sbaglio, state sicuri che faccio tutto quello che mi è possibile per approfondire e spiegarvi le cose. Grazie per la pazienza.

  • paolo |

    La bufala del millennio è stata quando la televisione ha ripetuto decine di volte che il terzo millennio iniziava il 1-1-2000 , quando bastava leggere qualunque libro di scuola o atlante per capire che iniziava il 1-1-2001.

    [risponde Maurizio Caprino] Fosse solo quello, ci metterei la firma…

  • fabio |

    Qualche giorno fa era stato diffuso il video di una hostess che si spogliava su un aereo ed era diventate una notizia da telegiornale. Dopo qualche giorno si è scoperto che era stato tratto da un film porno. Morale: le regole del buon giornalismo (come verificare SEMPRE le fonti) sono sistematicamente violate. Ma d’altronde cosa ci si può aspettare in un paese dove la notizia giornalistica del giorno è l’omicidio da sviscerare fino ai limiti del voyeurismo o la tetta al vento dell’attrice di turno, e relegare in quinta posizione gli esiti della conferenza di Bali?

    Fare giornalismo in questo modo vuol dire danneggiare tutta la categoria professionale e abbassare la (già scarsa) stima che si ha e del giornalismo e dei giornali, che tra l’altro sono ormai diventati nè più nè meno che un prodotto commerciale che vive grazie alla pubblicità. Vedete un po’ che potete fare….

    [risponde Maurizio Caprino] Io ci ho sempre provato, ma le energie ormai… Anche perché una cosa deve essere chiara: spesso non è la cattiva volontà dei giornalisti che ha la meglio, ma il ritmo che viene imposto dall’"ottimizzazione" delle risorse. Insomma, motivi economici (dalle necessità di profitto al fatto che si legge – quindi si vende – sempre meno e quindi vai con la pubblicità) trasformano i giornali in paginifici e, in questo contesto, tra i giornalisti c’è chi – per naturale inclinazione o altro – si adatta meglio e chi peggio.

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