Noi e la velocità come gli insetti sulle zanzariere

Con “Il Sole-24 Ore del Lunedì” dell’altro ieri ho completato un miniciclo di tre puntate in cui spero di aver dimostrato che, quando guidiamo, scegliamo la velocità non tanto in funzione del fatto che ci sembri adeguata, ma soprattutto in base ad alcune impressioni che possono rivelarsi fallaci. Basta persino avere una strada uguale in tutto e per tutto a un’altra, ma circondata da massicciate anziché da campagna piatta e libera: percorrendole entrambe alla stessa andatura, si avrà la sensazione di essere più lenti in quest’ultimo caso, perché la visuale è libera e i punti di riferimento sono più lontani, quindi non ci si accorge bene della velocità alla quale si oltrepassano. E’ un po’ come guardare il paesaggio da un aereo che va a 900 all’ora a 10mila metri di quota: sembra di essere fermi, mentre quando stiamo per toccare la pista la velocità è circa un terzo ma ci pare di essere rapidissimi.

Inoltre, ci regoliamo in base al rumore del motore e ai rapporti del cambio.

Insomma, decidiamo a quanto andare prevalentemente in base a criteri che non c’entrano con la sicurezza. Per esempio, questo spiega perché c’è chi si sente di andare a 200 all’ora anche di notte, avendo per giunta negli occhi gli anabbaglianti di chi procede in senso opposto: se sulla carreggiata c’è un ostacolo non illuminato, non losi vedrà mai in tempo per frenare o evitarlo. E invece uno dei criteri fondamentali con cui dovremmo sceglierci la velocità è proprio quello della visibilità.

Praticamente, somigliamo agli insetti attratti dalla luce bluastra delle zanzariere elettriche, contro le quali muoiono fulminati: biologicamente non siamo attrezzati per vivere con l’auto (proprio come gli insetti con le zanzariere), perché non siamo nati con l’istinto di guidare e la percezione esatta di quanto e come ci spostiamo durante il viaggio. Quindi non percepiamo i pericoli reali. Pensateci ogni volta che scegliete quanto premere sull’acceleratore.

  • alexmrg |

    Esistono ormai numerosi studi consolidati sulle caratteristiche di percezione del cervello umano alla guida di veicoli e dunque è ben noto che ciò che viene acquisito è la variazione (e non il valore assoluto) dei vari parametri quali velocità, distanze, tempi, che in alcuni casi vengono addirittura sfruttati a fini particolari (ad es. bande trasversali di rallentamento, sonore e non).
    Nel merito della velocità, tuttavia, tale relativismo viene equilibrato, almeno in parte, dalla percezione di altri fattori, quali ad es. gli scuotimenti verticali delle sospensioni o la deriva dei pneumatici ma, soprattutto, dall’entità dell’accelerazione trasversale non compensata in curva (“contraccolpo”). Un conducente correttamente formato (ma sulle modalità di conseguimento della patente di guida ci sarebbe molto da eccepire) e con un minimo di esperienza percepisce facilmente questi segnali e si regola di conseguenza. Tanto che è facilissimo capire quale sia il conducente che tiene velocità non adeguata alle caratteristiche della strada oppure alle proprie capacità: chi “stringe” alla corda (o peggio “taglia” sulla corsia opposta) la curva, oppure chi la percorre a “scatti” successivi di sterzo. E non sono pochi.
    A ciò si aggiunge che la maggior parte dei veicoli in commercio ha comportamento sottosterzante, cosa che facilita il recupero di traiettoria anche ai meno esperti, solo se la velocità è moderata. Se la velocità è elevata in relazione alle caratteristiche della strada, tale comportamento rende spesso la traiettoria di uscita piuttosto pericolosa, in particolare nel caso di successione di curve. Veicoli sovrasterzanti sono certamente più impegnativi (ancora sulle competenze per il conseguimento della patente!), ma consentono anche traiettorie di uscita più sicure. Non meno emblematici sono i controlli elettronici di stabilità che, se da un lato migliorano la sicurezza, dall’altro restituiscono il messaggio, fortemente diseducativo, che la macchina da sola possa compensare le deficienze del conducente e permettergli velocità superiori senza implicazioni per la sicurezza, cosa che non è (forse sarebbe meglio limitare l’intervento di tali sistemi solo in caso di frenata).
    A prescindere da tali considerazioni, è comunque utile valutare le statistiche (comprese quelle delle sanzioni). Queste dicono che la maggior parte dei conducenti supera i limiti legali per una quota non superiore a 10-20 km/h e che solamente una parte residuale li supera di oltre 40-50 km/h. Ora, se prendiamo una media di 15 km/h di eccesso, l’incremento dello spazio di frenata può essere di qualche metro a 50 km/h (urbano) e una decina di metri a 130 km/h (autostradale), valori che sono ampiamente assorbiti dalla variabilità delle caratteristiche del fondo stradale, delle prestazioni dei veicoli e del livello di concentrazione del conducente.
    A tali condizioni, la domanda che dobbiamo farci è altra: per quale motivo un conducente dovrebbe decidere di infrangere un disposto regolamentare, rischiando la sanzione, per una quota che abbiamo visto essere statisticamente non significativa e che inoltre comporta al più un vantaggio risibile per il conducente stesso.
    Non credo alla “teoria della trappola insetticida” per il motivo molto semplice che semplifica i comportamenti all’emotività, cosa che sulla strada è spesso sconfessata dai fatti osservati.
    Credo, piuttosto, nella comprensione delle disposizioni, nell’uso non distorto delle statistiche ed in definitiva nella ragionevolezza e nell’equilibrio delle scelte regolamentari.
    [risponde Maurizio Caprino] Mi piacerebbe tanto se la "teoria della trappola insetticida" non reggesse e ammetto di essere talvolta tra quelli che commettono quelle infrazioni non significative i cui effetti sullo spazio di frenata possono essere annullati da altri fattori (aderenza dell’asfalto eccetera). Ma il fatto è che per strada si commettono ancora tanti errori ben peggiori. C’è chi cerca il telefonino per rispondere mentre va a 180 all’ora e qui lo spazio di frenata si allunga di almeno 50 metri (lo spazio occupato da 10 auto). C’è chi non ha l’abitudine di guardare oltre il veicolo che lo precede e così resta sorpreso quando quest’ultimo gli taglia la strada per evitare un camion che s’immette da una piazzola di sosta (e a 180 possono essere altri 50 metri che se ne vanno). C’è chi abborda una curva cieca sfruttando il limite di aderenza senza tenere conto di quello di visibilità e si trova un trattore che sbuca dalla stradina giusto dietro la curva. Potrei trovare molti altri esempi. Tutti legati al fatto che – dentro un bell’abitacolo insonorizzato e climatizzato – non ci si rende conto della velocità, salvo che nel momento in cui accade l’imprevisto.
    Infine, una precisazione sul modo di percorrere le curve. Non è sempre che più si va forte e più si rischia: chi conosce la corretta traiettoria riesce a essere più veloce di chi curva a scatti e, nonostante questo, è più sicuro perché impegna meno l’aderenza.

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